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June 14 Cos'è un ubriacoCOS'È UN UBRIACODivagazioni filosofiche del professor Piscopo(tratto da Bar Sport, naturalmente di Benni)"Prendete una qualsiasi persona, versatele 5-6 litri di birra, e ne farete un ubriaco" diceva Schopenhauer agli alunni del suo corso di Pessimismo all'università di Jena. Era una frase che ripeteva spesso e gli alunni si chiedevano ogni volta se il loro insegnante fosse molto profondo o molto ubriaco. In realtà, Schopenhauer voleva dire che ognuno di noi è un ubriaco in potenza. Naturalmente, essendo ubriaco, aveva bisogno della birra per dare un'idea dell'ubriachezza. Se fosse stato sobrio, avrebbe usato altri termini, e non si sarebbe sdraiato sulla cattedra. In realtà, soleva chiedersi spesso il filosofo, cos'è un ubriaco? E, penso, qualcuno di voi si sarà talvolta rivolto la stessa domanda. Non è evidentemente uno che beve. Tutti noi beviamo. Non è nemmeno uno che beve molto. I cammelli bevono molto, ma non ne ho mai visto uno cacciato fuori da un bar. Schopenhauer, ad esempio, dava la seguente definizione dell'ubriaco: "Un ubriaco è quella persona che dopo aver bevuto molto vino, o birra, o bevande alcoliche, a fine serata vede due baristi dietro al banco". In realtà, è una definizione errata, come ebbe a fargli notare Hobbes. Se ad esempio al bancone del bar servono marito e moglie, cioè due baristi, tutti gli avventori del bar sono da considerarsi ubriachi? Evidentemente no. Quindi la definizione esatta, secondo Hobbes, è la seguente: "Un ubriaco è quella persona che dopo aver bevuto molto vino, o birra, o melassa, a fine serata vede il doppio dei baristi che vedeva prima di bere" A parte il fatto che Hobbes, come avrete notato, include la parola "melassa" al posto delle bevande alcoliche, e questo non è ontologicamente corretto, perché corrisponde ad un suo gusto soggettivo, non si vede come questa definizione possa essere presa per buona. "Infatti", critica Schopenhauer "la teoria del doppio è assurda. Mettiamo il caso che all'inizio, quando il futuro ubriaco inizia a bere, al bancone ci sia solo il marito e la moglie sia a spazzare il retrobottega. A fine serata l'ubriaco non vedrà marito + marito: ma due mariti e due mogli, cioè quattro volte il numero iniziale. Inoltre una persona che va al bar per divertirsi non può mettersi a contare il numero dei baristi tutte le volte per essere sicuro di accorgersi quando è ubriaco" La critica di Schopenhauer è molto feroce, certo, ma in re ipsa ineccepibile, almeno fino a questo punto. "Hobbes", prosegue Schopenhauer "può continuare nella sua vana ricerca di una definizione matematica dell'ubriachezza. In realtà egli è un bevitore di melassa e come tale dovrebbe limitarsi a parlare di libri per ragazzi. Comunque, se una definizione dell'ubriaco può essere tentata, io suggerirei questa: “Ubriaco è quella persona che dopo aver bevuto molto vino o birra o Fernet, o bevande alcoliche, non riesce più a stare in piedi su una gamba sola e a braccia aperte, e a camminare dritto su una immaginaria linea retta”" Definizione granitica, nella quale però anche voi potrete cogliere qualche debolezza. Il che non sfuggì a Hobbes, il quale soleva dire che " In amore e filosofia tutto è lecito ", come ben sapevano le sue scolare. Egli attaccò l'edificio Schopenhaueriano con le pesanti mazzate della sua dialettica. Rilevò in primo luogo la presenza della parola "Fernet" nel discorso del Maestro. "Evidentemente", scrisse Hobbes "nella camera dove ormai vive rinchiuso, Schopenhauer ha trovato una bottiglia di Fernet, e questo ha gravemente deviato la sua prospettiva metodologica; infatti la sua ultima definizione è un capolavoro di formalismo, senza alcun contenuto. Prendiamo il fatto dell' "Una gamba sola e con le braccia aperte". E' ovvio che ben poche persone civili si sono trovate in una simile posizione. Eppure, non penso che debbano essere considerate ubriache. Neanche il Papa, immagino, saprebbe restare su una gamba sola e con le braccia aperte. Schopenhauer vuole forse fare del sottile anticlericalismo? E poi, come dobbiamo immaginare che funzioni questo criterio? Forse che una persona deve entrare in un bar saltellando su una gamba sola per dimostrare di essere sobria? E lo sarà per tutto il tempo che riuscirà a mantenere quella scomoda posizione?E se metterà un piede a terra, dovrà da quel momento essere considerata ubriaca? E come farà a bere se deve tenere le braccia aperte? Schopenhauer risponda a queste domande, e gli regalerò una bottiglia di Brandy. Inoltre, cosa vuol dire una "immaginaria linea retta"? E' ovvio che, se diamo spazio all'immaginazione, il rigore scientifico va a farsi benedire. E se io non riesco a immaginare una linea retta ma solo donne nude? E se anche riesco ad immaginarla, chi mi dice che è retta e che la fantasia non mi giochi un brutto scherzo, e che non debba camminare tutta la notte su una circonferenza? Mi sembra di essere stato chiaro, anche se spietato. Propongo dunque, come mia ultima definizione la seguente, che mi sembra perfetta: “Ubriaco è quella persona che, dopo aver bevuto molto vino, o birra , o melassa, esce da sé” ". Definizione breve, illuminante, che però, come potete immaginare, non può soddisfare pienamente una mente superiore. "Infatti", scrisse Schopenhauer "mi sembra che stiamo cadendo nel ridicolo. La frase 'Esce da sé' è un capolavoro di scemenza. Esce da sé? E dove va? E se esce da sé, lascia dentro tutto quello che ha bevuto? Ma allora non è più ubriaco. E se si porta dietro tutto quello che ha bevuto, cosa dice il primo sé? E il barista, chi deve far pagare? Il nuovo sé, il vecchio sé abbandonato, o tutti e due? Non vorrei che questa fosse una scusa per bere gratis alle spalle di chi lavora. "Comunque, concedo un'ultima possibilità alla discussione. Non per Hobbes, che è troppo occupato ad entrare e a uscire dal suo sé per parlare di filosofia, ma per quanti hanno a cuore la civile disputa dialettica. Dirò allora che: “Ubriaco è quella persona che ha bevuto molto, ma molto vino, birra e sostanze alcoliche”". Mi sembra che l'intuizione del Maestro non abbia bisogno di commenti. Questa volta, anche Hobbes fu d'accordo e pagò da bere. June 04 L'equazione.E quando fuori dalla tua finestra il cielo si fa più grigio, e quando dentro i tuoi pensieri si insinua un senso di amarezza, e quando avverti una crescente mancanza di energia, e quando ti senti profondamente solo... ecco, quello è il giorno dell'appuntamento con il bilancio della tua vita. Generalmente non è un bel giorno. Non tanto perchè il cielo si fa più grigio, tanto perchè tu ti fai un po' più schifo. Dunque il lavoro, il lavoro non manca, voglio dire... c'è anche chi ce l'ha! Ma in genere non gode. Impegno sociale, morale, civile... mi viene da ridere! La salute finchè uno ce l'ha non ci pensa... non resta che l'amore, la sfera degli affetti, dei sentimenti. Forse dentro è la cosa che conta di più, che poi quella almeno ce la scegliamo da noi... UN DISASTRO! Ma se si fallisce sempre ci sarà una ragione, perchè si sbaglia? "Colpa mia, colpa tua...". Io a quelle cose lì non ci credo. L'errore deve essere prima, non una cosa recente. Probabilmente da bambino, un errore che ha influenzato tutta la nostra vita affettiva, chi lo sa. Forse il famoso Edipo, forse "mamma ce n'è una sola..." (anche troppo). Oppure nonni, zii, fratelli, insomma figure. Fotografie dell'infanzia che rimangono dentro di noi per tutta la vita. Si, un errore innocente, impercettibile... che poi con il tempo si è ripetuto, moltiplicato, ingigantito... fino a diventare GRAVISSIMO, IRREPARABILE. Già... ma perchè l'errore si ingigantisce? Deve essere un po' come quando a scuola facevamo le equazioni algebriche. Cioè tu fai uno sbaglietto, una svista di un più di un meno... chi lo sa. É che poi te lo porti dietro... e nella riga sotto cominci già a vedere degli strani numeri. E dici "vabbeh, tanto poi si semplifica...". E poi numeri sempre più brutti, sgraziati, addirittura enormi, incontenibili, schifosi! E alla fine
![]() E ora prova un po' a semplificare! Non c'è niente da fare, la matematica deve avere una sua estetica! ![]() Bello! La semplicità... forse per fare bene un'equazione è sufficiente avere delle buone basi, ma per fare una storia d'amore vera e duratura è necessario essere capaci di scrostare quella vernice indelebile con cui abbiamo dipinto i nostri sentimenti. May 10 Notti d'insonnia numero 3.NOTTI D’INSONNIA NUMERO 3.
Compilo il questionario sulla mia vita passata e sui ricordi di essa, dato che solo domande su di me riesco a farmi e così continuerò finché qualcuno non mi colpirà violentemente alle spalle con una mazza da baseball sulla nuca, per stordirmi e permettermi il sonno. È proprio vero che maggiore è l’aspettativa, più grande sarà la delusione: si parte sempre dal presupposto che si debba fallire in ogni proposito, buono o cattivo che esso sia, e ciò conferma la quasi totalità delle leggi di Murphy che un tempo mi facevano sorridere, ora mi dànno solo ragione. E non è bello avere ragione, specie, anzi, unicamente nel caso in cui la ragione è una verità che fa male. So che non è all’altezza delle rivelazioni del momento, come aver perso la verginità con un cavatappi o avvertire la stampa della scoperta da parte della moglie del marito fedifrago, o ancora annunciare al popolo televisivo di avere il cancro, ma voglio dire la mia, personale, confessione: credo d’aver finalmente scoperto la causa dei miei mali generici: ho il disturbo bipolare dell’umore, come Ben Stiller (lui però smentisce, io sono finalmente soddisfatto d’averlo capito). Ora, l’ossigeno al cervello si sta rarefacendo, per via delle ore di sonno sempre minori, quindi penso di stendermi sul materasso, senza spiegare le coperte, e aspettare che qualcuno venga con la suddetta mazza da baseball – ma mi basta anche un piede di porco o altri strumenti atti a procurare commozioni cerebrali –, per cui, a voi che tanto bene riuscite a gestire le vostre ore di riposo, buona notte. Il video non è dei migliori, ma l’unico che ho trovato è pur sempre. Canzone che si è impadronita della mia mente.
Prince Charming May 03 Notti d’insonnia. Visione numero due.Notti d’insonnia. Visione numero due.
Era bella che commuoveva, mentre camminava scalza, lungo il bagnasciuga, con la sabbia che volava insieme a lei e le onde che non osavano avvicinarsi, se non le più audaci, limitandosi però solo a sfiorarle i piedi. Quella sua mania di arricciarsi i capelli con l’indice, quel suo modo di muovere le dita, a prima vista così comune e banalmente usuale, agli occhi miei appariva l’atto massimo di purezza e poesia. Ed era forse chimica di particelle invisibili che rendeva tutto così stupendamente incredibile. Passeggiava ingenuamente come se fosse foglia autunnale o fazzoletto di seta, e niente minava i suoi pensieri, così fittamente imperscrutabili. Lo si leggeva negli occhi che stava pensando qualcosa cui non era dato sapere, forse perché nessuno se l’era mai meritato prima. Non avevo il coraggio d’avvicinarmi e me ne restavo lì nascosto, dietro la chiglia di una barca capovolta, piantata sulla spiaggia chissà da quale compassionevole pescatore. Davo ai granelli di sabbia la colpa totale delle mie lacrime e del perché lei continuava a camminare mentre io non potevo far altro, non più, che seguirla con lo sguardo. Per quanto prodigioso possa apparire, il prodotto della mia mente esclusivo ciò vide: vide lei prendere la direzione dell’orizzonte indefinito tra cielo e mare – dello stesso colore della sua matita per gli occhi –: vide lei corrergli contro, correre sul pelo dell’acqua e allontanarsi fino a diventare il tocco lieve di una matita su quel paesaggio da quadro impressionista. Così, ora forse sarà in Croazia, o in Tunisia, magari in Grecia, o in qualche altro litorale opposto a dove io ancora sono seduto ad aspettarla, dietro la barca del pescatore, con la certezza che in nessun modo tornerà. E mentre i granelli di sabbia, della clessidra e della spiaggia, mi vestono di essi per proteggermi dal freddo delle future notti gelide, ascolto nel vento o in una conchiglia questa canzone…
Prince Charming April 27 Un matto.UN MATTO.
Mi hanno rinchiuso tra queste mura, in questa clinica. Ho sentito dire che ho qualche strana malattia, ma non ne avverto i sintomi. Dicono che se mi comporto bene uscirò presto, ma questo mi fa pensare che non sia una clinica medica; piuttosto, un carcere. Eppure credo d’essermi sempre comportato moralmente nel modo più giusto. D’accordo, la giustizia in Italia è quello che è, ma anche il pettegolezzo è quello che è: se avessi ammazzato qualcuno lo avrei saputo; se l’avessi ammazzato e non me ne fossi ricordato, per qualche strano shock, lo avrei sentito in giro; se fossi stato accusato d’omicidio, sarei stato invitato in qualche talk show televisivo. Non è successo niente di tutto ciò, ergo, non ho fatto nulla di penalmente punibile. L’ipotesi più probante è quella della clinica, ovvero la verità che vogliono farmi credere. Sono seduto su una sedia, davanti alla “zona fissaggio”, una parete di vetro che mi permette di guardare il mondo fuori, o meglio, uno squarcio di esso: un albero rinsecchito con una sola foglia e il vento che tenta di strapparla. Le nubi annunciano pioggia, in silenzio, perché in ogni modo nessuno starebbe a sentirle, con le loro voci vaporose impenetrabili nell’edificio nel quale mi hanno recluso, perché insonorizzato. Non so bene quanto tempo sia passato, perché lo detesto, io, il tempo. Sarà calato il sole una ventina di volte, non so altro. All’inizio nella mia stanza, sulla parete di fronte al letto, c’era appeso un pendolo, però mi irritava il movimento delle lancette, al punto che decisi di sfasciarlo. Nel farlo svegliai altri degenti: era notte fonda e il frastuono che provocai li spaventò: credevo d’esser solo. Il mattino successivo entrò un uomo vestito di bianco e portò via i rimasugli di quella macchina diabolica. Più tardi mi consegnò una sveglia, che mi poggiò sul comodino. Non disse una parola, pareva spaventato. Distrussi la sveglia lanciandola contro il muro per poi finirla del tutto sotto le suole delle scarpe. Tre volte al giorno una infermiera, presumo, mi infila i pasti da sotto la porta, per mezzo di una finestrella. Sento il rumore delle sue pantofole bianche forate da medico di reparto o infermiere che si avvicinano, sento la sua fede nuziale battere sul metallo del carrello dei pasti, sento che è giovane e che non fuma, dalla cadenza veloce dei passi e dal fiato mai corto: l’immagino con i capelli biondi a caschetto, magari con un cerchietto che li regge, o una cuffia, per non far cadere i capelli nei piatti. Credo sia frustrata, forse litigi in famiglia o un lavoro che non la soddisfa appieno, magari lei voleva trovare la cura per il cancro e si ritrova a distribuire cibo in una clinica, o quello che dovrà pur essere. Una volta ho sentito la sua voce, anzi, precisamente un suo bisbiglio, un sussurro, di quelli che si suole fare quando si è nervosi e si vorrebbe urlare contro qualcuno, ma si è soli e, per evitare di rodersi il fegato mandando giù il rospo, si brontola. Sottovoce però, perché non si vuole dar fastidio a nessuno, né informare nessuno dei propri affari. Ce l’aveva con un qualche Dio, probabilmente il suo; diceva: “Credo che ci siano due Dio e ognuno pensa che l’altro si stia prendendo cura di me”. Non mi venne da ridere, volevo offrirle il mio aiuto, ma non ricordavo più come si parlasse, avendo perso l’esercizio. Fortuna che le passò. Almeno questo dedussi. Mi sono stancato dell’albero spoglio e dei miei recenti ricordi. Bussano alla porta: non è mai successo. La aprono. Entrano i miei parenti, gli stessi che mi avevano abbandonato qui tempo fa, come un cane sull’autostrada. Mi chiedono come sto. Faccio capire loro che sono sempre lo stesso e la mia condizione è rimasta tale. Mi dicono che devono portarmi via, perché non possono più permettersi le cure. A me sta bene, seppur non abbia ancora capito quale sia il mio male. Rassetto le mie cose e metto quel che resta della sveglia sul palmo della mano dell’infermiere. Li seguo. La porta della mia camera aveva il numero 714. Sotto il numero, in ottone, c’era scritto “Clinica Psichiatrica Erasmo da Rotterdam”. Credevano fossi pazzo. Tssé. Mi indicano la portiera di un’auto nuova, come a volermi invitare ad entrare. Faccio capire loro che devono attendermi un minuto soltanto. Ho scorto quell’albero che fissavo dalla “zona fissaggio” e mi dirigo verso di esso. Indice e pollice sul picciolo della foglia. E la strappo. Nell’aria sento una voce che mi ringrazia. Prince Charming
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